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Segue con il dito il contorno creato dalla ripetuta pressione esercitata sulla punta della penna, che ha creato una ferita in rilievo sul foglio plastificato del calendario.

Quando era una ragazzina non aveva bisogno di questi espedienti. Aveva un diario in cui le amiche scrivevano dediche e barzellette, ma non aveva bisogno di un calendario dove segnare questo genere di cose. Quando era una ragazzina aveva un’idea abbastanza chiara di come sarebbe stata da grande e no, non avrebbe dovuto segnare in grassetto un giorno del calendario come limite per prendere una decisione, perché sapeva cosa voleva.

Lascia cadere le pagine del calendario sollevate a scoprire quella su cui troneggia la scritta. Avrebbe potuto strapparla, visto che il mese è stato superato, ma l’ha tenuta per ricordare a se stessa la propria volontà. Non è colpa sua se quel giorno la decisione non è stata presa: non dipende sempre tutto solo da noi, gli eventi sono capaci di stravolgere i piani.

Solo che non sa più a quale giorno rinviare.

È come scegliere una data per una partenza. Meglio con tanto anticipo: i biglietti costano generalmente meno, c’è tempo per organizzare tutto, l’entusiasmo dura di più. Soltanto che a volte ci si dice che abbiamo perso tempo, che dovevamo partire prima, avendone modo, a volte ci si dimentica della partenza e ci si avvilisce perché è così lontana da non sembrare reale. Allora forse meglio non aspettare? Guarda il foglio che ha davanti, del mese corrente ormai quasi agli sgoccioli. Forse il primo rigo del prossimo foglio bianco? Un brivido le percorre la schiena. È così vicino. Non sa se ha le cose pronte per riempire la valigia, non ha pianificato l’itinerario, non ci ha riflettuto. No.

Forse non essere riuscita a tener fede alla propria scadenza è un segno. Forse non era la cosa giusta da fare. Forse è quel viaggio che ha sempre sognato di fare, ma che sente fuori dalla sua portata. Troppo avventuroso per il suo spirito cauto, troppo costoso, troppo stancante. Guarda le foto della meta sullo schermo del telefono e sorride scuotendo la testa e dicendo che non fa per lei. Era pure riuscita a decidere di partire, ma un evento eccezionale ha cancellato il volo, ora non troverà più le stesse offerte e condizioni.

Afferra la pagina a contatto con il muro e la strappa. Nessuna riprogrammazione, forse è meglio così. Magari un giorno si alzerà e deciderà senza averlo scritto da nessuna parte, o forse lascerà andare le cose da sole senza decidere mai. Oggi non lo sa e, sebbene da ragazzina avrebbe odiato questa sensazione, a volte va bene anche non essere assolutamente certi di quello che si vuole.

Tempo

Accarezzo la tua superficie,

ne avverto le asperità,

e seguo le tue dolci curve,

adesso.

 

Dov’eri?

Ti nascondevi nelle crepe profonde

dell’abitudine,

sfuggivi a ogni mio inseguimento.

 

Comincio a capire i tuoi meccanismi,

a rispettare i tuoi insegnamenti

da entusiasta neofita,

adesso.

 

Prima, quando mancavi

e ridevi di me, che ti invocavo,

arida e stanca,

avrei accettato tanto per averti.

 

Ora, che gradisci la mia presenza,

piena e autentica,

cosa sono disposta ad accettare

per perderti di nuovo?

 

Fammi piangere

Mi guardo allo specchio mentre lavo i denti: gli occhi rossi e gonfi dal pianto.

Ho guardato un film che mi ha fatto piangere per i due terzi della sua durata. Ma questo non vuol dire che avrò problemi a dormire, anzi. Mi sono sempre chiesta perché dopo film così io faccia i sonni più belli. E mi sono sempre chiesta perché un film che fa piangere valga per me molto di più di altri film senza questo potere.

Sembra quasi che mi piaccia piangere. Forse è così.

Quando mi addormento sul divano davanti al televisore, mi sveglio arrabbiata (e tipicamente me la prendo con mio marito). Perché mi sembra di aver buttato via quel poco di tempo che in una giornata è dedicato alla famiglia e a noi stessi. Dormire sul divano significa accorciare questo già insufficiente spazio.

Se piango sul divano significa che sto usando bene questo tempo, che sto provando qualcosa. Non sto solo riempiendo dignitosamente lo spazio, lo sto vivendo. Sto sentendo qualcosa, tutto di me è attento, tirato, coinvolto.

I film che fanno piangere spezzano la routine delle giornate che mi opprimono con la loro insignificanza. Sveglia, colazione, macchina, ufficio, sedia, pranzo riscaldato, sedia, macchina, casa, doccia, cena, divano, letto. Fra gli ultimi due elementi si insinua la vita a spezzare l’incantesimo, il meccanismo che fa muovere il corpo senza che me ne renda conto. Ah ma allora sento, il mio cuore batte. Ah ma allora la vita è questo, questo contorcimento di stomaco e queste lacrime che scendono copiose e mi depurano, lavano via per un po’ la stanchezza, la fiacchezza, l’insoddisfazione.

Adoro i film che fanno piangere. Anche perché si piange per le cose serie, non per il viaggio a cui tenevo tanto e a cui adesso devo rinunciare, non perché mi manca il mare e mi sembra di non esistere (cose per cui comunque piango lo stesso, ma serie sono altre cose): si piange per le storie vere che ti fanno ridimensionare tutto il tuo piccolo mondo. E ti fanno capire qualcosa. Tipo che ci sono persone che devono provare cose indicibili. E che queste cose capitano a queste persone solo perché il caso ha voluto così. Il caso. Quello che fa sì che io sia davanti a una televisione a piangere e altri a morire scappando da una guerra o a elemosinare per una briciola di pane.

E non ci si pensa quando si esegue a pilota automatico la sequenza della quotidianità. Allora un film che fa piangere può essere l’epifania, la scintilla che scatena l’incendio e che manda tutta la sequenza in mille pezzi.

Allora un film può perfino diventare una terapia.

Per questo amo i film che fanno piangere: perché stamattina ho aperto gli occhi e ho sentito che il film di ieri è servito a qualcosa di più che riempire due ore.

Ah, se volete guardarlo anche voi, si chiama Gleason e parla di storie, vite e sentimenti veri.

Casa

Per me non è difficile. Da piccola strattonavo mia madre chiedendo di tornare a casa appena si metteva piede fuori dalla porta. La casa è calda, la casa è silenziosa e la routine preserva l’equilibrio.

C’è stato un periodo però in cui l’ho fuggita. Un periodo in cui ero confusa e non sapevo ancora chi volessi essere. Mentre fuori potevo fingere e provare varie versioni di me stessa, a casa ero solo una e questa cosa mi faceva urlare e piangere.

Allora uscivo, uscivo anche se non ne avevo voglia, anche se non ne valeva la pena. Uscivo per fuggire dalla riflessione, dalla emotività e dalla contemplazione che mi accoglievano non appena aprissi la porta di casa. Fuori non c’è tempo per riflettere, per ascoltarsi, fuori si segue il ritmo della città, della vita moderna, della musica alta in discoteca, del tutto subito.

Poi un giorno mi sono accorta che fuori ero sola. Sola sì, perché al ritmo della città, della vita moderna, della musica alta in discoteca e del tutto subito io non servivo, la mia mancanza non pesava. Invece io sì che sentivo la mancanza di qualcosa, di qualcosa di profondo. La mancanza di risposte a domande che non ponevo più, così distratta dal fuori.

Allora sono tornata a casa. Ho letto un libro e scoperto che i miei desideri erano anche quelli di altri, seppure fuori non avessi incontrato nessuno con cui parlarne. Ho guardato dalla finestra e visto nella camminata dei passanti quella più simile alla mia. Ho chiuso gli occhi e sentito scorrere il tempo senza l’urgenza di servirmene per qualcosa, ma chiedendomi in cosa davvero volessi viverlo. Ho scoperto che quando si ha se stessi con cui dialogare, allora è possibile capire come amarci (e farci amare) e vivere fedelmente a noi stessi.

Ho ricominciato ad amare tornare a casa. E ho imparato a portare la casa con me anche fuori.

Per chi è confuso come lo ero io forse non è facile stare a casa in questo periodo: non è quello che volevamo, ma può essere ciò di cui avevamo inconsapevolmente bisogno. Torneremo fuori e potremo farlo in modo nuovo, portando la nostra casa con noi ovunque andremo. È un’occasione, davvero. Non sprechiamola.

Verso Queenstown

Vorrei che mi vedessero.

Vorrei che vedessero che stanno scendendo i primi fiocchi di neve e, nonostante tutto, continuo a guidare.

Non su una strada né a bordo di un’auto che conosco, infatti mi sto ripetendo mentalmente che devo usare la leva di sinistra per azionare i tergicristalli. Probabilmente non sto utilizzando il cambio automatico al meglio, ma sto andando avanti, dall’altra parte del mondo.

Non che abbia molta scelta, questa è praticamente la sola strada che ci sia, o vi va a Sud o si va a Nord. Buffo che stia incontrando la neve scendendo a Sud, ma qui è tutto al contrario.

Prima di arrivare qui, però, ne ho percorse di strade, che avevano molte più diramazioni, senza segnaletica né scuola guida.

In paese nessuno credeva che avrei preso la patente. Non mi importava, ho fatto cinque volte l’esame di guida. A volte il filare di platani del viale che portava alla circonvallazione mi faceva salire l’ansia, mi riportava a quella notte maledetta e dovevo fermarmi e ammettere la sconfitta. Penso che l’esaminatore conoscesse la mia storia, immagino per volontà del mio insegnante, non so se nella speranza di una maggiore tolleranza o di un’entrata certa con le mie ripetute lezioni di guida.

Continuavo a rimanere a piedi, pensando fosse solo sfortuna.

Poi cominciai a capire che anche con un’auto sarei stata ferma comunque. Sì, sarei potuta andare a lezione e al lavoro con più comodità, a qualche aperitivo con amici senza limitazioni di orario, a trovare la nonna per le nostre silenziose conversazioni, ma ferma, allo stesso posto, gli stessi platani a fermarmi.

Così, volendo ribaltare tutto, ho acquistato un biglietto per un viaggio dall’altra parte del mondo. Magari là va tutto alla rovescia, ho pensato, magari là non ci sono platani.

Due settimane prima di partire ho fatto l’esame di guida. Mi hanno fatto fare un’altra strada, non il viale dei platani. Avevo già organizzato tutto, per il viaggio non era necessaria l’auto a noleggio, me la sarei cavata comunque. Eppure mi hanno dato quel rettangolo plastificato e non me ne sono quasi resa conto, distratta dalla partenza. Quando tornerò dovrò festeggiare con gli amici, offrire da bere.

Vorrei che mi vedessero.

Su questa piccola auto, accerchiata dalla fitta vegetazione, sotto i primi fiocchi di neve. Verso Sud, finalmente in movimento.

Vorrei che mi vedesse.

Le ali spiegate, finalmente sbloccata, accompagnata dal calore del suo abbraccio, di cui pure quel platano racconta agli altri della fila, che non ebbero la fortuna di riceverlo.

Porto

Cammina veloce, tenendo ferma con la mano la borsetta a tracolla blu che altrimenti ondeggerebbe troppo, dandole un senso di vertigine. E’ aiutata dalla discesa, deve solo badare a non storcersi le caviglie mettendo male i piedi sui sanpietrini.

Alcuni gatti si voltano a guardarla: sembra le rivolgano smorfie e abbiano un’aria di superiorità, dovuta forse alla loro estraneità alla fretta, così tipicamente umana.

Oltrepassa i cantieri e i muri scrostati, sbuca nella piazzetta e comincia a scendere gli scalini di pietra. Si aiuta con il corrimano, più che per non cadere per caricare il corpo in avanti, per avanzare più velocemente, verso il basso, verso il fiume.

Le petunie ricadenti coprono l’orlo delle mura che restringono sempre di più il passaggio. Gli scalini diventano più ripidi e cominciano a sentirsi più forti le urla dei gabbiani.

Ecco l’ultima svolta prima di vedere lo sbocco del vicolo. Rallenta cercando di captare il rumore del tram numero uno che corre sulla strada di fronte, passando vicinissimo ai negozi. Non sente nulla, ma rallenta comunque per evitare di travolgere qualcuno.

I gabbiani strillano, il fiume Duero emette riflessi argentati, il sole primaverile comincia a scaldare, ma è ancora fuori allenamento e serve una sciarpa a proteggersi dal vento che arriva dall’Atlantico poco lontano.

Attraversa, procede accostando il fiume. Quasi corre ora che la strada è più sicura, liscia e ancora in discesa.

Manca poco e al leggero fiatone comincia ad accompagnarsi il battito accelerato del cuore. Sono passati quattro anni dal loro primo incontro, nel posto in cui sta volando adesso. Era una sera di aprile, aspettava di fronte al locale le amiche, come sempre l’unica in orario (seppure possa sembrare strano adesso vedendola correre così). Lui invece era in ritardo, lo aspettavano tutti seduti dentro, forse proprio al tavolo accanto a quello che aveva prenotato lei. Un battito di ciglia. Nessuno dei due mangiò in quel locale quella sera.

Raccoglie l’aria frizzante a pieni polmoni, sente i polpacci pulsare dalla veloce discesa. Si concede di guardare il volto della città dal suo punto più basso e volta l’ultimo angolo.

È appoggiato al muro e le dà le spalle. Così lei rallenta fino a fermarsi, a pochi passi da lui. Pochi attimi per guardare la sua sagoma illuminata dal tramonto, prima che lui senta che l’attesa è finita e si volti.

Un battito di ciglia. Per sempre.

E tu?

“Sai, ho visto che Sara si è sposata!” dico distrattamente. Il mio abito era più bello.
“Dai? L’hai sentita? E come sta?” mi chiede mia madre continuando a lavare i piatti.
“No, ho visto la foto su Facebook…”

E in un lampo mi è tutto più chiaro.

Mi è chiaro perché ultimamente se chiedo a qualcuno come va questo non conclude con “e tu?”, cosa che inizialmente mi lasciava letteralmente a bocca aperta e con gli occhi sgranati come quando ci si trova davanti a qualcuno che non sa rispondere a una domanda troppo facile. Ci mancava poco che portassi avanti la testa e bisbigliassi le due paroline per suggerimento.

Alla fine, vista la frequenza del fatto, mi sono abituata a riderci su e farlo notare a mio marito quando l’altra persona si dilegua. “Hai visto che non ha neanche chiesto come stiamo noi?” e ci ridiamo su.

Ma ora mi è tutto più chiaro: la gente non sa più chiedere. O meglio, non le interessa più farlo.

Siamo tempestati di informazioni. Sappiamo tutto. Anche le cose che non ci interessano (soprattutto quelle). Non ci stupiamo più di niente (se non di quanto prenda ingiustamente più di noi il nostro capo). E se incontriamo qualcuno siamo convinti di sapere già tutto: si è sposata (visto foto), è andata in vacanza a Santorini a settembre (visto video di lei in costume che salta sulla battigia con un movimento uguale ripetuto all’infinito), ha mangiato nel ristorante che ha vinto la puntata di qualche contest culinario (visto recensione con foto di piatto molto scarno), a un anno dal matrimonio è ancora molto innamorata (visto post pieno di cuori e frasi melense).

Quindi, se la vedo, che mi rimane da chiedere?

Magari “Come stai”?

Eh no! Ma come?! Non è evidente? È andata a Santorini, può permettersi i ristoranti di alto livello ed è pure amata da qualcuno! E’ evidente come sta, no? Quasi le fai un torto a chiedere, ma come ti saltano in mente certe cose!

Allora niente, salutiamo da lontano, meglio. E speriamo di incontrare qualcuno che non abbia Facebook e ingenuamente continui a chiedere cose così banali, giusto per fare un po’ di conversazione.

Viaggio, dunque sono.

Qualcuno mi ha detto che potrei fare a meno di viaggiare così spesso. Che così potrei mettere da parte di più, pensando al futuro. Il fatto è che io sto mettendo da parte per il futuro e lo sto facendo proprio viaggiando. Solo che non sto mettendo via soldi, ma storie. Non sto risparmiando per potermi permettere una casa, ma sto creando un po’ di casa in tanti posti del mondo. Non sto accumulando denaro per sentirmi sicura quando/se avrò figli, ma sto capendo come li crescerei in modo da essere consapevoli del mondo in cui vivono.

Qualcuno mi ha detto che viaggiare non è una questione così urgente, che posso ridurre se non addirittura rinunciare a viaggiare. Soltanto che queste persone non sanno cosa voglia dire svegliarsi il mattino di una partenza e sentirsi vivi come in nessun altro momento. Non sanno cosa voglia dire chiudere gli occhi con la felicità nel cuore grazie a una scoperta, una conoscenza, un’amicizia fatte lungo il percorso.

Queste persone non mi hanno mai visto viaggiare. Le foto non sono abbastanza potenti, nonostante già da quelle si veda un sorriso fuori dall’ordinario. Queste persone non mi hanno mai visto parlare con altri viaggiatori, illuminarmi quando la conversazione parte spontanea, riempirmi di gioia quando ricevo consigli da persone che vivono in loco.

Queste persone non capiscono. Lo vedono come un capriccio o come una fissazione. Ma le ringrazio perché mi rendono sempre più sicura della me viaggiatrice e mi spingono a essere quella persona, che non ha bisogno di essere capita per stare bene, anche fra un viaggio e l’altro.

Non solo un fiore

Tu dici non piangere, è un regalo,
ma come posso non farlo se annusando questo fiore
torno al nostro viaggio di nozze, ai nostri sorrisi in quei paesi lontani,
in pausa dal nostro, in pausa dai pensieri che non fossero d’amore?

Mi guardi un po’ stranito,
sorpreso dalla potenza del tuo gesto,
orgoglioso di aver pensato una cosa giusta
per farmi sentire meglio.

Ed io ti guardo come se non esistessi,
come se fossi frutto della mia immaginazione
tanto ti ho sognato, tanto più sei
di quel che pensavo di meritare.

Non è solo un fiore, no,
è l’America di un secolo fa,
l’acqua dopo la siccità,
la casa dopo il troppo vagabondare.

Io meglio di te

Giulia vede il suo collega prendere in giro la nuova arrivata, che guarda spaesata la fotocopiatrice dell’ufficio cercando invano di scannerizzare un foglio. Le sembra di tornare a qualche decennio prima: la sua compagna di classe che arriva con le dita delle mani a toccare il terreno tenendo le gambe ben dritte, senza piegare minimamente le ginocchia, si alza con un sorrisetto e si volta verso un’altra compagna di classe che non arriva nemmeno alle caviglie dicendo “Dai, non ci vuole niente!”.

Pensava che fuori dalla palestra del liceo sarebbe calato drasticamente il numero di quei sorrisetti, catalogabili come “io meglio di te”, ma non aveva ragione. Anche ieri sera alla cena aziendale ne ha visti di simili indirizzarsi a un collega che chiedeva consiglio su come avvicinare la ragazza che sogna di invitare fuori da un po’. Quello che l’ha stupita di ieri è che non erano solo uomini con la fama da latin lover a guardarlo con superiorità, ma anche altri che magari avevano avuto lo stesso problema prima, ma ora, di fronte a lui e agli altri, non lo avevano più.

Perché vogliamo sentirci superiori agli altri? In qualcosa, anche una stupidaggine, ma in qualcosa si deve essere i migliori e darne prova, perché?

Giulia ci pensa da un po’. Da quando una sua amica storica ha smesso di chiederle come stesse e di vedersi per chiacchierare davanti a una pasta alla crema una domenica mattina. Stavano bene quando entrambe erano single e in fase di ultimazione degli studi. Poi Giulia ha trovato quello che ora è il suo fidanzato, un buon lavoro appena presa la Laurea, una casa in affitto che è un piccolo nido circondato da un bel giardino. E l’amica è rimasta indietro con l’ultimo esame, non ha trovato ancora una persona giusta e per lei è più adatto aspettare ancora un po’ per uscire da casa dei suoi. Ma Giulia l’ascoltava lamentarsi al telefono, non le diceva “Dai, non ci vuole niente!”, anzi. Invece l’amica non le chiedeva come fosse la sua nuova vita, sembrava stizzita se fuori raccontava qualcosa del suo ragazzo, del nuovo mobile comprato con tanto entusiasmo. Poi aveva cominciato a non rispondere più alle sue telefonate: “Siamo su due lunghezze d’onda diverse, le cose cambiano” l’unica spiegazione.

Giulia allora a volte pensa che tutto sia dovuto a quella che sua nonna definiva “la cattiva bestia”, l’invidia. Giulia allora a volte pensa che, se l’amica avesse trovato prima di lei un lavoro, un ragazzo, un appartamentino in affitto, non sarebbe andata così e davanti alla pasta alla crema avrebbe ascoltato eccome racconti sulla nuova vita dell’altra, corredata da quei famosi sorrisini.

O forse no? Forse è davvero solo questione di vibrazioni?

Licenze di evasione dalla devozione alla razionalità