E tu?

“Sai, ho visto che Sara si è sposata!” dico distrattamente. Il mio abito era più bello.
“Dai? L’hai sentita? E come sta?” mi chiede mia madre continuando a lavare i piatti.
“No, ho visto la foto su Facebook…”

E in un lampo mi è tutto più chiaro.

Mi è chiaro perché ultimamente se chiedo a qualcuno come va questo non conclude con “e tu?”, cosa che inizialmente mi lasciava letteralmente a bocca aperta e con gli occhi sgranati come quando ci si trova davanti a qualcuno che non sa rispondere a una domanda troppo facile. Ci mancava poco che portassi avanti la testa e bisbigliassi le due paroline per suggerimento.

Alla fine, vista la frequenza del fatto, mi sono abituata a riderci su e farlo notare a mio marito quando l’altra persona si dilegua. “Hai visto che non ha neanche chiesto come stiamo noi?” e ci ridiamo su.

Ma ora mi è tutto più chiaro: la gente non sa più chiedere. O meglio, non le interessa più farlo.

Siamo tempestati di informazioni. Sappiamo tutto. Anche le cose che non ci interessano (soprattutto quelle). Non ci stupiamo più di niente (se non di quanto prenda ingiustamente più di noi il nostro capo). E se incontriamo qualcuno siamo convinti di sapere già tutto: si è sposata (visto foto), è andata in vacanza a Santorini a settembre (visto video di lei in costume che salta sulla battigia con un movimento uguale ripetuto all’infinito), ha mangiato nel ristorante che ha vinto la puntata di qualche contest culinario (visto recensione con foto di piatto molto scarno), a un anno dal matrimonio è ancora molto innamorata (visto post pieno di cuori e frasi melense).

Quindi, se la vedo, che mi rimane da chiedere?

Magari “Come stai”?

Eh no! Ma come?! Non è evidente? È andata a Santorini, può permettersi i ristoranti di alto livello ed è pure amata da qualcuno! E’ evidente come sta, no? Quasi le fai un torto a chiedere, ma come ti saltano in mente certe cose!

Allora niente, salutiamo da lontano, meglio. E speriamo di incontrare qualcuno che non abbia Facebook e ingenuamente continui a chiedere cose così banali, giusto per fare un po’ di conversazione.

Viaggio, dunque sono.

Qualcuno mi ha detto che potrei fare a meno di viaggiare così spesso. Che così potrei mettere da parte di più, pensando al futuro. Il fatto è che io sto mettendo da parte per il futuro e lo sto facendo proprio viaggiando. Solo che non sto mettendo via soldi, ma storie. Non sto risparmiando per potermi permettere una casa, ma sto creando un po’ di casa in tanti posti del mondo. Non sto accumulando denaro per sentirmi sicura quando/se avrò figli, ma sto capendo come li crescerei in modo da essere consapevoli del mondo in cui vivono.

Qualcuno mi ha detto che viaggiare non è una questione così urgente, che posso ridurre se non addirittura rinunciare a viaggiare. Soltanto che queste persone non sanno cosa voglia dire svegliarsi il mattino di una partenza e sentirsi vivi come in nessun altro momento. Non sanno cosa voglia dire chiudere gli occhi con la felicità nel cuore grazie a una scoperta, una conoscenza, un’amicizia fatte lungo il percorso.

Queste persone non mi hanno mai visto viaggiare. Le foto non sono abbastanza potenti, nonostante già da quelle si veda un sorriso fuori dall’ordinario. Queste persone non mi hanno mai visto parlare con altri viaggiatori, illuminarmi quando la conversazione parte spontanea, riempirmi di gioia quando ricevo consigli da persone che vivono in loco.

Queste persone non capiscono. Lo vedono come un capriccio o come una fissazione. Ma le ringrazio perché mi rendono sempre più sicura della me viaggiatrice e mi spingono a essere quella persona, che non ha bisogno di essere capita per stare bene, anche fra un viaggio e l’altro.

Non solo un fiore

Tu dici non piangere, è un regalo,
ma come posso non farlo se annusando questo fiore
torno al nostro viaggio di nozze, ai nostri sorrisi in quei paesi lontani,
in pausa dal nostro, in pausa dai pensieri che non fossero d’amore?

Mi guardi un po’ stranito,
sorpreso dalla potenza del tuo gesto,
orgoglioso di aver pensato una cosa giusta
per farmi sentire meglio.

Ed io ti guardo come se non esistessi,
come se fossi frutto della mia immaginazione
tanto ti ho sognato, tanto più sei
di quel che pensavo di meritare.

Non è solo un fiore, no,
è l’America di un secolo fa,
l’acqua dopo la siccità,
la casa dopo il troppo vagabondare.

Io meglio di te

Giulia vede il suo collega prendere in giro la nuova arrivata, che guarda spaesata la fotocopiatrice dell’ufficio cercando invano di scannerizzare un foglio. Le sembra di tornare a qualche decennio prima: la sua compagna di classe che arriva con le dita delle mani a toccare il terreno tenendo le gambe ben dritte, senza piegare minimamente le ginocchia, si alza con un sorrisetto e si volta verso un’altra compagna di classe che non arriva nemmeno alle caviglie dicendo “Dai, non ci vuole niente!”.

Pensava che fuori dalla palestra del liceo sarebbe calato drasticamente il numero di quei sorrisetti, catalogabili come “io meglio di te”, ma non aveva ragione. Anche ieri sera alla cena aziendale ne ha visti di simili indirizzarsi a un collega che chiedeva consiglio su come avvicinare la ragazza che sogna di invitare fuori da un po’. Quello che l’ha stupita di ieri è che non erano solo uomini con la fama da latin lover a guardarlo con superiorità, ma anche altri che magari avevano avuto lo stesso problema prima, ma ora, di fronte a lui e agli altri, non lo avevano più.

Perché vogliamo sentirci superiori agli altri? In qualcosa, anche una stupidaggine, ma in qualcosa si deve essere i migliori e darne prova, perché?

Giulia ci pensa da un po’. Da quando una sua amica storica ha smesso di chiederle come stesse e di vedersi per chiacchierare davanti a una pasta alla crema una domenica mattina. Stavano bene quando entrambe erano single e in fase di ultimazione degli studi. Poi Giulia ha trovato quello che ora è il suo fidanzato, un buon lavoro appena presa la Laurea, una casa in affitto che è un piccolo nido circondato da un bel giardino. E l’amica è rimasta indietro con l’ultimo esame, non ha trovato ancora una persona giusta e per lei è più adatto aspettare ancora un po’ per uscire da casa dei suoi. Ma Giulia l’ascoltava lamentarsi al telefono, non le diceva “Dai, non ci vuole niente!”, anzi. Invece l’amica non le chiedeva come fosse la sua nuova vita, sembrava stizzita se fuori raccontava qualcosa del suo ragazzo, del nuovo mobile comprato con tanto entusiasmo. Poi aveva cominciato a non rispondere più alle sue telefonate: “Siamo su due lunghezze d’onda diverse, le cose cambiano” l’unica spiegazione.

Giulia allora a volte pensa che tutto sia dovuto a quella che sua nonna definiva “la cattiva bestia”, l’invidia. Giulia allora a volte pensa che, se l’amica avesse trovato prima di lei un lavoro, un ragazzo, un appartamentino in affitto, non sarebbe andata così e davanti alla pasta alla crema avrebbe ascoltato eccome racconti sulla nuova vita dell’altra, corredata da quei famosi sorrisini.

O forse no? Forse è davvero solo questione di vibrazioni?

La Collezione

Sono seduta su una seggiolina di plastica disposta ad arco attorno a un pianoforte a coda, nell’atrio di una serra che sorge nel centro di un parco cittadino. Il pianoforte oggi serve solo alla nostra guida per appoggiarsi delicatamente mentre ci spiega la storia della serra, la peculiarità della collezione di piante che intravediamo dai vetri.

Collezione, non raccolta, ci tiene a precisare fin da subito. Quello che distingue la prima è la particolarità dei pezzi, magari a scapito del numero, che invece caratterizza la seconda. Mi piace l’idea che la mia vita sia una collezione di momenti, non una raccolta, ma a questo penserò dopo, ora la nostra guida ci dice che si dovrebbe pronunciare Aloé e non Aloe e ricattura la mia attenzione.

Non è una visita lunga, è un evento gratuito, e la guida sembra dispiaciuta di questo, si scusa perché non potrà parlarci nel dettaglio delle sue ragazze. Ci accompagna all’interno, dobbiamo infilare i copriscarpa come all’ospedale per evitare di lasciare orme bianche come la ghiaia che ricopre il sentiero sul parquet dell’atrio, attorno al pianoforte.

Le sue ragazze sono forzute, alte, dalle forme a volte sgraziate, ma nel complesso, oltre che dall’aria forzatamente secca, sono colpita dalla loro bellezza. O forse è la voce della guida che mi fa vedere qualcosa di più di fusti e foglie carnose e fiori? Forse è la sua passione nel raccontare come sono giunte qui, come vivono straordinariamente, come ognuna sia diversa dalla sorella…non importa se i vetri del giardino sono sporchi e molte piante grondano di ragnatele: tutto è così magico.

Allora penso che mi piacerebbe portare la magia negli occhi di chi mi ascolta. Mi piacerebbe raccontare qualcosa con la stessa passione e la stessa premura di questo signore con il viso macchiato dall’età dello stesso colore del chiodo che indossa. Riuscirò mai a farlo?

Ho piantato i semini che ci ha regalato a fine visita. Spero nasca qualcosa, da loro o dal mio bisogno di guardare più cose possibili con la stessa magia di oggi.

Voglio raccontarti

Voglio raccontarti di quella volta che ho abbracciato un albero sotto la pioggia. Voglio raccontarti di quella notte in cui ho avuto tanta paura tornando a casa da sola. Voglio raccontarti di quel ragazzo che mi interessava che mi ha baciato una sera un po’ ubriaco, ma poi ha smentito davanti agli altri il giorno seguente. Voglio raccontarti dei pianti, degli incubi e delle risate. Tutto, tutto adesso, tutto subito, devo raccontarti qualsiasi cosa mi sia capitata, perché è ciò che mi ha portato da te. Forse, sapendo tutto questo, capirai perché ieri ho pianto per una frase che non ti sembrava portatrice di lacrime, perché un’altra volta mi hai reso estremamente felice con un gesto per te ordinario. Magari vedrai qualcosa che io non ho mai visto: un filo che collega tutte le puntate della mia vita prima di te. Io spesso faccio fatica anche solo a ordinarle, a ricondurle alle varie stagioni, la storia appare nitida solo a partire dall’episodio in cui sei entrato tu: il personaggio con una storia sconosciuta che volevo conoscere.

Raccontami di quella volta che hai sbattuto per la prima volta il pugno sul tavolo per la rabbia e ti sei accorto di quanto possa farti stare meglio. Raccontami di quella volta che hai fatto un errore e di come ti sei sentito quando hai realizzato che per alcune persone ne basta uno solo per rovinarsi la vita. Raccontami cosa hai pensato quando ti sei buttato con il paracadute. Raccontami dell’adrenalina, delle ribellioni e dei pianti. Tutto, tutto adesso, tutto subito, devo sapere qualsiasi cosa ti sia capitata, perché è ciò che ti ha portato da me. Forse, sapendo tutto questo, capirò perché ieri ti sei arrabbiato per quello che per me era solo una stupidaggine, perché un’altra volta mi hai ringraziato per averti dato per me ovvie attenzioni. Magari vedrò qualcosa che tu non hai mai visto: un filo che collega tutte le puntate della tua vita prima di me.

Raccontiamoci, ogni giorno. Magari riusciremo a vedere quegli invisibili fili. Li vedremo unirsi in uno, doppio, e collegare tutte le puntate della nostra vita insieme.

Porte

Ecco il rumore di una porta sbattuta.

Si sente prima il suono dell’aria spostata dal gesto violento, poi lo schianto della porta sul telaio. Non per forza la porta è di legno o di laminato o di vetro. Può essere inconsistente, senza peso, ma produce comunque lo stesso rumore che fa sussultare.

In un istante rumoroso due spazi sono divisi: non c’è più comunicazione.

Quante porte sbattiamo nella nostra vita? Quante chiudiamo alle nostre spalle sentendoci già colpevoli e temendo di averle rovinate, quante speriamo non si riescano più ad aprire da nessuno dei due lati, diventando muri divisori, quante ne guardiamo nell’ansiosa attesa che si riaprano piano piano, dimenticando?

Qualcuno un giorno mi disse che sbagliavo a chiudere, a troncare alcune relazioni perché stanca della superficialità e dell’indifferenza. Tieni tutte le porte aperte, mi disse, può esserti utile in futuro. Ma è difficile, richiede tempo e dedizione, dissi io, e se capisco che mi costa molto e non ho niente in cambio perché devo farlo? Non devi aspettarti nulla, non investirci, semplicemente non chiudere, mi rispose. Insomma: una porta socchiusa.

Solo che io odio il rumore delle porte socchiuse. Ti svegliano nel cuore della notte, mosse dalle correnti dell’appartamento. Lo scrocco urta contro il telaio, ma non abbastanza da scattare e chiudere. Ti chiedi se alzarti per completare l’azione, ma sei stanco, è fatica. Speri che abbia smesso, che fosse una sola volta. Invece la porta continua ad aprirsi di pochi centimetri e richiudersi con quel mezzo suono, quello delle cose lasciate a metà, quello dell’indecisione. E così ti rigiri nel letto dicendoti che smetterà, ma tendendo sempre di più l’orecchio verso quel fastidioso suono, finché, esasperato, non ti alzi chiudendo la porta con un calcio e maledicendoti per non aver chiuso quando dovevi, subito.

No, le preferisco chiuse le porte. Oppure aperte per bene, fermate da un peso a forma di qualche animale carino. Ma quello è un altro discorso: per tenerle sempre aperte bisogna voler sentirsi da una stanza all’altra e saper condividere il profumo di una torta appena sfornata come il puzzo di pesce fritto. Di queste porte ce ne sono poche nella vita e ho comprato un pesetto per ognuna di esse.

Le altre, io dico, le tantissime porte di tutti i giorni. Le preferisco chiuse. Che poi da chiuse possono essere riaperte da entrambi i lati, non sono tagliafuoco. Certo, serve lo sforzo della mano sulla maniglia, ma chi non è disposto a farlo è meglio che stia dall’altro lato e non disturbi.

Licenze di evasione dalla devozione alla razionalità